In ricordo di Giuseppe Bertoglio – Don Peppino
Monsignor Giuseppe Bertoglio, che per tutti noi (titolo ricoperto di maggior affetto) era semplicemente “don Peppino” ha iniziato il suo ministero sacerdotale mentre si chiudeva il Concilio Vaticano II.
Il suo servizio è stato caratterizzato da numerose tappe, e molti incarichi. Lo ricordiamo coadiutore in diverse comunità, poi impegnato come vicedirettore della Casa della Gioventù, ancora vicario presso la parrocchia della Ausiliatrice, e poi il lungo rettorato del Collegio vescovile.
Accanto a questi incarichi più evidenti, si deve citare anche il suo ruolo di insegnante presso l’ITIS, docenza che ha sempre ricordato con predilezione: erano anni di feroci discussioni, e quel tempo vissuto in un’arena di passioni e di nebbie gli aveva permesso di essere riferimento per tanti adolescenti e giovani. Da qui si coglie un aspetto caratteristico della sua vita: da prete non ha mai sguazzato in acque calme, né tantomeno in ambienti facili e accomodanti. Anzi, don Peppino ha forse dato il meglio di sé nella Chiesa dei confini, quella a contatto con il mondo apparentemente più lontano da Dio.
Ha saputo costruire ponti con ambienti lontani, ricordando come talvolta il primo nemico della Chiesa sia la Chiesa stessa. I “territori degli infedeli” – come vengono indicati in certa letteratura – non sono regioni abitate da miscredenti, ma da figli di Dio. C’è una fede silenziosa e oscura che sonnecchia perfino nei cuori apparentemente più indifferenti. Per incontrare queste persone, don Peppino faceva cadere i muri, ripetendo ciò che il personaggio biblico di Genesi, suo omonimo, diceva per svelare la sua identità: “Io sono Giuseppe, il vostro fratello!” (Gen 45,4). Usava per questo il talento di una simpatia innata e contagiosa, il clima di allegria che subito la sua figura emanava, la capacità di non giudicare nessuno, l’accoglienza riversata specialmente alle persone più ferite.
Non era però un prete compagnone, di quelli che mirano ad avere gente intorno a sé senza alcun progetto e senza nessun costrutto. Il termine di ogni incontro era, per tutti invariabilmente, il sacramento della riconciliazione, celebrando il quale spesso qualche penitente di lungo corso si scioglieva in lacrime, come se in quell’istante stesse incontrando una grazia insperata. Le tappe del suo ministero da parroco sono state scandite dalle comunità di Galgagnano, Guardamiglio, Valloria e San Bernardo in Lodi. Raccogliendo le sue confidenze, capivo come non avesse un modello pastorale preconfezionato, da addossare poi a ciascuna parrocchia, semmai delle priorità che poi modulava a seconda delle situazioni.
Ha sempre amato il contatto con la gente, partendo dalla normalità della vita. A Cana, Gesù non inventa il matrimonio, però interviene quando questo rischia di essere una festa senza vino. Pragmatico e allergico allo spirito di polemica, procedeva diritto per la sua strada. Le partite di calcio, le squadre di pallavolo, una gara di bocce, perfino lo start di una corsa podistica potevano servire a trasmettere la felicità del vangelo.
Non ci sono angoli di mondo refrattari a Dio, e tutto chiede di esserne imbevuto. Il cristianesimo non accarezza la tristezza, non è una malinconia di vita, ma un’esplosione di felicità. Varrebbe forse qui la pena ricordare la famosa frase di san Giovanni Bosco: “Il demonio ha paura delle gente allegra”. Non è con i sensi di colpa che si evangelizza il mondo, ma con la nostalgia della gioia. Aveva passione missionaria: nel tempo della maturità ha organizzato diversi campi lavoro in Africa e poi in Romania. Viveva una particolare sintonia con il pontificato di papa Francesco, e qualche volta giocava con l’affinità dei cognomi: Bergoglio – Bertoglio, dal Papa lo separava una semplice consonante. Dismessa la responsabilità della parrocchia, in questi ultimi dieci anni ha vissuto nel suo paese natale, Graffignana. Anche se sollevato da incarichi diretti, ha continuato a vivere con passione il suo sacerdozio, costruttore di fraternità con gli altri preti: don Davide e don Gigi.
Ha continuato a coltivare relazioni, tenendo l’agenda fitta di appuntamenti per custodire le persone, spalancando la sua casa a quanti avevano bisogno di amicizia, di consiglio, di riconciliazione: con l’animo intelligente aperto alla comprensione di situazioni nuove. Fino all’ultima tappa, brevissima, della malattia. Una tradizione indù afferma che sono quattro le età della vita: la stagione in cui si impara, la stagione in cui si lavora, la stagione in cui si diventa saggi, fino all’ultima in cui si impara a mendicare. È il tempo della povertà più estrema. A dar retta alle ultime pagine del vangelo di Giovanni, anche l’apostolo Pietro deve aver sperimentato una prova del genere: si va dove non si vuole, e dove altri ci cingono le vesti. È una tappa dolorosa, che non deve però essere maledetta, e che gli uomini sapienti accolgono con fiducia. Così in questi mesi abbiamo conosciuto un don Peppino facile alla commozione, sensibilissimo davanti alle attestazioni di affetto.
Per tutta la vita ha cercato gli uomini, che è la missione di ogni prete, in questi mesi il suo amore è stato almeno parzialmente restituito, con una frequenza ininterrotta, tanto che le numerose visite hanno messo a dura prova le regole dell’hospice che lo ha avuto degente. Quando muore un bravo prete si spegne in questo mondo un amore gratuito: un amore incondizionato, sempre disposto ad amare anche quelli che nessuno amerebbe. Così, quando muore un prete, il mondo diventa di un grado più freddo. Però è consolazione pensare che questi frammenti di amore che don Peppino ha disseminato ovunque sono ciò che noi chiamiamo Dio, e che tutto alla fine verrà salvato.





